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La foglia di fico |
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La guerra: chissà se c'è ancora chi è disposto a credere che le guerre scoppino per motivi umanitari, o per ristabilire un ordine democratico? Per eccesso alcune assumono queste ultime caratteristiche, ma sono quelle "di popolo", sono quelle di Liberazione dalle dittature e dalle oppressioni, come la nostra Resistenza, o quelle socialiste che nel tempo hanno inseguito la grande e bella utopia di un mondo migliore, una favola che non è riuscita a diventare tale, di cui l'umanità ha comunque bisogno. Basta sfogliare qualche libro di storia o osservare semplicemente le motivazioni di due litigiosi vicini confinanti, per comprendere che i conflitti armati hanno sempre avuto motivi politici ed economici: sono tutti stati mossi dalla necessità di assicurarsi mercati o riserve energetiche, oppure dalla volontà di distruggere un rivale antagonista, per imporre nuovi equilibri geopolitici. La storia dell'umanità è disseminata da queste tragedie e tutte quelle guerre tra Stati, anche se a volte hanno assunto motivazioni o colori diversi, sono state guerre con obiettivi imperialisti. Capitalismo-imperialismo a molti possono anche apparire termini ormai superati, ma pure se si vuole umanizzarli con una definizione meno impegnativa, restano quelli che sono, cioè capitalisti con ovvie propensioni imperialiste. Costoro non fanno le guerre perché sono semplicemente "cattivi" (pensate che molto spesso qualcuno di loro, per lavarsi la coscienza, fa pure cristiane donazioni) ma le conducono perché le società che questi governano entrano in crisi e questi hanno bisogno di risolverle. Il sistema di produzione capitalistico, per sua natura, dirige la propria economia nella più totale anarchia; secondo la sua filosofia, la programmazione economica di ciò che occorre mina le fondamenta essenziali della libertà di un'azienda; ogni padrone, seguendo i propri interessi, che sono quelli del profitto, spingendo al massimo la produzione e accelerando il ciclo del denaro, riesce a ridurre i costi di produzione della propria merce, mettendosi quindi in concorrenza con gli altri capitalisti (morte tua, vita mia). Quando i mercati non riescono più ad assorbire ciò che è prodotto e le scorte invendute superano la produzione, arriva la crisi di sovrapproduzione, quindi i licenziamenti, il ristagno economico, la depressione. La disoccupazione causata dai licenziamenti derivanti dalla contrazione della produzione, fornisce ai capitalisti la condizione per comprimere i salari e limitare i diritti dei lavoratori e dare all'economia un po' di respiro. Quando la congiuntura è internazionale, la situazione si complica, il giochetto di prima non rende. E allora scoppiano le guerre per "liberare" e conquistare nuovi mercati. Questo argomento molto complesso può apparire, così affrontato, un po' troppo semplificato, ma nella sua quasi superficialità ricama una visione che riesce comunque a chiudere il cerchio di un ragionamento, che poi non è altro che la storia sociale ed economica dell'umanità. Sì, dobbiamo cercare di fermarli ma non è semplice. In parte è utile l'azione del pacifismo, che ha il merito di raccogliere ampie adesioni contro la cultura della morte e della prepotenza, ma quello che deve entrare veramente in gioco è il movimento dei lavoratori, che con le sue potenzialità può mettere sul piatto della bilancia la sua forza e, tramite il conflitto sociale, assumersi quel ruolo guida che deve avere in una società che voglia essere matura e pronta per la sfida del futuro, in un mondo necessariamente diverso. Ugo Criste |
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