La normalità. Alcuni la sfuggono, altri la inseguono.
Tra questi, sicuramente ci sono i lavoratori, che la desiderano quale
fondamento sul quale poter costruire il proprio futuro: niente di straordinario
o stravagante, solo la possibilità di avere una famiglia e la piccola
garanzia di non lasciarla con le mutande calate solo perché ci si è
difesi dalle offese del padrone.
Detta così, potrà apparire una banalità, eppure qui, nel
nostro presunto civile Paese, il 60% dei lavoratori dipendenti non ha
tutele, in qualsiasi momento può essere messo alla porta dal padrone
senza un motivo. Mio cognato, che vive questa contraddizione, mi dice
che prima di esprimere una qualsiasi opinione aspetta che si pronunci
il suo datore di lavoro. Pensate che tempo fa si è trovato a condividere
con lui, per farlo contento, una serata davanti al focolare, a ricamare
all'uncinetto il corredo di sua figlia.
Se il nostro Paese viole diventare realmente più civile,
e quindi più normale, deve mettere al centro dei suoi obiettivi l'estensione
dei diritti (art. 18). Se questo non avverrà o, addirittura, come molti
chiedono, se ricomincerà l'attacco ai diritti conquistati dai lavoratori,
allora il mondo del lavoro si trasformerà in un'arena, dove gli uni
scanneranno gli altri, mentre, dalle tribune, qualcuno, godendo, esulterà
per essere riuscito a creare una società finalmente moderna.
Pensate: due lavoratori si incontrano; uno lavora per
una ditta con 16 dipendenti, l'altro in una di 14. Il primo è iscritto
al sindacato, il secondo pure, ma in clandestinità. Il primo non vede
l'ora di finire la sua giornata di lavoro, per correre a casa dai propri
figli; il secondo fa finta di amare tanto la sua occupazione tanto da
dimenticarsi di uscire, e regala al suo amico-padrone un po' del suo
tempo libero, lavorando gratis. Il primo alla fine del mese prende lo
stipendio, il secondo è licenziato: il padrone si è accorto che faceva
finta di amare il suo lavoro e che per lui lavorare gratis era un sacrificio.
Chi lavora nel precariato queste cose le sperimenta già sulla propria
pelle. In più deve subire l'onta della presa per il c***: infatti non
solo deve tacere ai soprusi ma deve anche sorbirsi le filippiche di
chi vuole convincerlo che lui vive in società proiettata nel futuro,
liberato da quella palla al piede che è il posto fisso; gli viene spiegato
che grazie alla flessibilità e al precariato il lavoratore è più sensibilizzato,
più creativo, che insomma, per lui, il successo sarà una strada in discesa.
Normalità. Si, c'è bisogno di tanta normalità, condita
di civiltà. L'estensione dell'articolo 18 non è solo la lotta dei lavoratori
a difesa dei loro diritti: è anche ricerca di maggiore civiltà. Su questi
temi occorre ritrovarci tutti, superando le polemiche, cercando di aprire
una nuova fase dopo anni di devastazione culturale in cui si è cercato
di convincere la gente che precarietà e flessibilità sono l'unico futuro
per il mondo del lavoro. E per aprire questa nuova fase occorre comprendere
che la differenze di posizione con un ampio schieramento di centro-sinistra
non dipende dall'iniziativa referendaria, ma dalle differenze strategiche
che il referendum fa emergere: c'è chi lotta per l'estensione dei diritti
e c'è chi vuole, per i lavoratori, solamente l'estensione dei doveri
e dei sacrifici.
Menippo da Quezzi