[ portada ] [ novel·les ] [ reports ] [ contes ] [ precursors ]

L'UOMO DEL SINDACATO
PENNA A TRATO
GIUSEPPE GAVINO MANCA
(Sassari, 1999)





Traducció de l'italià
d'Antoni Arca


Appena entrati nella taverna, una nube di fumo ci annebbiò gli occhiali. Me li tolsi. Non c'era nessuna olocamera in vista. Il locale puzzava di stantio. Le pareti e il soffitto erano di vecchio legno gonfio d'umidità. Quattro vagabondi, bisunti e stracciati, sorseggiavano assenzio al bancone del bar. Passai a scanner il locale facendo ruotare la sfera dell'orologio. Non detectai né registratori né microfoni occulti.

Sembrava un luogo sicuro.

Ci accostammo al bancone e chiesi due cola.

Correre precedendo i poli-cop ci aveva messo sete. Per sfuggire agli antidisturbo, ci infilammo per il labirinto di stradine del sobborgo modernista. In un battibaleno li avevamo distanziati e persi. Il cameriere ci servì due Colamax e ci dirigemmo verso un tavolo appartato, lontano dalle lucerne. Con un colpo secco, il mio compare pose la lattina sul marmo.

Prese un sedile, maneggiò nell'impermeabile ed estrasse un pacchetto di fumo.

Me ne offrì.

Dissi di no con la testa.

Mentre accendeva il bocchino lo guardai fissamente. La fiamma rivelava due occhi scuri, che scintillavano inquieti. Ispiravano un misto di tenerezza e fiducia. Niente di strano se, in pochi mesi, l'uomo che avevo davanti si era convertito in uno dei leader sindacali più importanti.

Io non avevo con lui nessuna amicizia né nessuna relazione particolare.

Non ci eravamo mai avvicinati, prima.

Non sapevo neppure il suo nome.

Lo conoscevo, come tutti, per il suo nome di comodo: ''l'uomo del sindacato''.

L'avevo ascoltato, questo sì, in alcuni incontri clandestini celebrati nelle catacombe.

Avevo letto i suoi articoli sovversivi su Internet, dove si firmava con gli pseudonimi Gorkiano e Rosa di Fuoco. Ma non eravamo mai stati insieme... E quella sera, in mezzo al caos della manifestazione, mi ero trovato improvvisamente al suo fianco. Tutti e due correvamo. Fuggivamo dai manganelli elettrici, dai proiettili anestetici dei poli-cop.

L'uomo del sindacato aprì la lattina.

Sorrise mentre succhiava il fumo con avidità.

Sembrava contento.

Aveva buoni motivi per esserlo. Prima che le camionette dei poli-cop ci disperdessero, centinaia di lavoratori avevano manifestato in piazza dello Sforzo, davanti al ministero del Lavoro e della Burocrazia.

L'azione di protesta era stata convocata dall'Unione dei Sindacati. Rivendicavamo i diritti dei lavoratori del popolo non meccanico.

Chiedevamo che robot, androidi e computer cinetici non occupassero più alcun posto, di lavoro.

La cibernetica si era convertita nella scienza più avanzata del ventunesimo secolo.

I primi robot, voluminosi e stazionari, avevano lasciato spazio a ingegni mobili, armati di pale meccaniche, propulsori e braccia con pinze, relegando una buona parte della massa proletaria verso l'incubo della disoccupazione, la fame e la miseria.

Il passo successivo nell'evoluzione cibernetica, era stato l'organizzazione dei robot in forma antropomorfa. A partire dalla seconda metà del secolo, legioni di automi, di formo rabberciata ma approssimativamente umana, avevano sostituito un nuovo contingente di lavoratori in carne e ossa. Gli automi, al contrario di noi, non percepivano nessun salario e lavoravono molte più ore continuative, senza stancarsi né fermarsi per mangiare o dormire.

La manifestazione era stata fatta per protestare contro questo stato di cose. Ed era stata un successo. Le manifestazioni operaie erano proibite da decenni. E i leaders sindacali si erano trasformati in proscritti, con forti taglie offerte per la loro cattura. E l'uomo in mia compagnia era considerato uno dei delinquenti più pericolosi. Solo perché si era permesso di parlare a voce alta del rispetto dei diritti umani.

Diritti violentati e calpestati ogni giorno da una casta di plutocrati in connivenza con la scienza e la tecnica.

Bevemmo in fretta, in silenzio. L'uomo del sindacato non aveva voglia di parlare. Di tanto in tanto, si girava per verificare se fosse entrato qualcuno nella taverna. Quando ebbe finito il fumo, prese qualche credito dalla tasca e lo lasciò sulla tavola.

-Andiamo via di qui -mi disse alzandosi nervosamente. Non è bene fermarsi troppo. Staranno rastrellando la zona.

Fuori era già buio.

Qualche neon sospeso illuminava debolmente il vicolo.

Di notte, il sobborgo modernista era un inframondo di spigoli ritorti e angoli arrugginiti, dove le ombre potevano prendere vita in ogni momento.

Lentamente, ci allontanammo dalla taverna, camminando in direzione di piazza del Fabbro.

Eravamo troppo fiduciosi. Non li vedemmo nemmeno. Erano in tre. Ci attaccarono alle spalle. Non avemmo tempo di reagire. Una sbarra di ferro si abbatté sulla mia testa. Divenne tutto buio mentre mi accasciavo.

Quando riaprii gli occhi, mi stavano trascinando per i piedi. La testa mi rintronava per il dolore. Dovevamo essere in un immondezzaio.

Segnali luminosi intermittenti scoppiettavano sul tetto delle camionette.

Dopo qualche secondo ci fermammo. Quello che mi trascinava mi aiutò ad alzarmi prendendomi per il bavero.

Gli altri due erano molto occupati ad innaffiare con un liquido pestilenziale il corpo del mio compare, che giaceva faccia a terra.

-Dì? Ti piace guardare? Adesso ne vedrai delle belle! -esclamò il mio aggressore, spingendomi contro un mucchio di spazzatura. Allora si girò verso i suoi compari urlando frasi incomprensibili, mentre io cadevo di spalle, affossandomi tra le buste piene di sporcizia.

Come spinti da una molla, i tre assalitori impugnarono un'arma. Puntando le pistole con sicurezza, aprirono il fuoco. Gli spari rimbombarono intensamente, in quella desolazione.

Due proiettili mi bucarono lo stomaco, mentre un'onda di fuoco mi si espandeva nell'addome. Caddi di lato. Il sangue mi sfuggiva a fiotti. Davanti a me, l'uomo del sindacato era stato convertito in una palla infiammata.

Gli assassini gli avevano sparato con proiettili ignei, trasformandolo in una torcia vivente. Non mi accorsi della fuga dei nostri aggressori. Ero pieno d'orrore alla vista dell'uomo del sindacato contorto tra le fiamme, consumato da lingue di fuoco che emanavano un fumo denso.

Mentre il suo corpo si fondeva, scopriva una complessa struttura di cavi, candele, tensori e ruote dentate che crepitavano roventi, esplodendo in nubi scintillanti.






[ portada ] [ novel·les ] [ reports ] [ contes ] [ precursors ]


1